Libere considerazioni a proposito d'una recensione di Aristide Colonna.



Aristide Colonna (1909-1999) fu, di fatto, l'ultimo studioso di lingue classiche a redigere con frequenza in latino i suoi contributi filologici che, come d'uso, i classicisti, strada facendo, pubblicano sui periodici riservati alla filologia classica.
A parte quello sparuto gregge che ancora crede di poter far rinascere l'uso della lingua latina, parlata! (pronunciandola non vi diciamo con che cosa), a livello europeo, oggi non v'è più alcun cattedratico, latinista, grecista o dotto in utroque, che scriva i suoi articoli in latino.
Gli studenti di lettere classiche – fortemente diminuiti, non solo di numero, dopo lo scempio operato dai governanti a danno della scuola italiana –, se vogliono leggere i contributi degli studiosi d'oltralpe, si vedono costretti ad apprendere per lo meno l'inglese, il francese e il tedesco (ed anche lo spagnolo, con la pubblicazione del Diccionario griego-español [Madrid 1980-, sotto la guida di Francisco R. Adrados] e molto altro invero, pretende il suo spazio). Insomma, piuttosto che imparare, bene, una sola lingua comune, cioè il latino, oggi occorre conoscerne, male, almeno tre.[1]
La responsabilità di una tale situazione va ascritta soprattutto ai titolari di cattedra europei che non si sono mai preoccupati di stendere una direttiva condivisa contenente le linee guida per un corretto utilizzo della lingua latina in ambito filologico.
E i dizionari non sono né di stimolo né d'aiuto.[2] Ferdinando Bernini intendeva «per latino, non già quello d'uno scrittore o d'una età... sibbene la lingua che, pur avendo a fondamento lessico, morfologia e sintassi della letteratura nei tre secoli fondamentali per la storia e per il pensiero latino, accetta, se pur cautamente, gli aiuti che le permettano d'esprimer ogni concetto, con efficacia e chiarezza non ineleganti».[3] Tre secoli! Dunque, per il latino scritto il Bernini vagheggiava non già l'impiego del latino nella sua acme (l'età di Cesare), bensì di un frullato di tre secoli. Ne risulterebbe un tal miscuglio dei costrutti sintattici e del lessico, da mettere in difficoltà un qualunque lettore, il quale finirebbe col pensare che, forse, sarebbe meglio ricorrere all'esperanto!... anzi, no: meglio alla lingua madre. Senza considerare l'aspetto deleterio che l'assuefazione ad un tal frullato avrebbe sulla sensibilità linguistica dei latinisti: non riuscirebbero più a distinguere tra il latino di Terenzio e quello di Tacito!
Di qui, vien naturale pensare che a dissuadere un latinista cattedratico dallo scrivere in latino probabilmente concorra anche il timore di esporsi. Un tempo l'università richiedeva allo studente, come prova, una composizione scritta in latino; ora non più. Edizioni critiche con prefazioni nella lingua madre del curatore – cioè non più in latino (prava consuetudo la definisce il Colonna in una sua recensione) – sono sempre più frequenti.
Da un lato, tutto ciò può essere positivo, poiché manuali e dizionari son tutti da rifare, ma con altri criteri; dall'altro, getta un'ombra sulla competenza – se mai fosse necessario... – dei cervelli che insegnano nelle università. E questo non riguarda solo le lettere classiche...
Aristide Colonna, al contrario, non aveva, scrivendo in latino, alcun timore di esporsi. Nel 1982, per celebrare il compimento del suo settantesimo anno di età, la casa editrice Paideia pubblicò persino un volume di Scripta minora con articoli e recensioni, tutti redatti dal Colonna in latino. Nell'iscrizione dedicatoria Giuseppe Scarpat tratteggia il collega come colui, qui industria ac perseverantia nec non mirabili doctrina omnes Graecarum et Romanarum litterarum regiones inquisivit et inlustravit praesertim vero summo mentis acumine antiquos scriptores edendos curavit.
Non è certo questa la sede per passare in rassegna le pubblicazioni del Colonna. Il nostro Lettore, supponiamo, vuol che si venga al nocciolo.
Ebbene, nel 1968 un giovane, Guglielmo Ballaira, curò una diligente e dotta edizioncina (Tiberii de figuris Demosthenicis, edidit Guilelmus Ballaira, Romae [in aedibus Athenaei] 1968) di 111 pagine, tutta redatta, guarda caso!, in latino, corredata d'una esauriente Appendix de codicibus figurarum e di X tavole fuori testo (tabulae phototypae). L'editore premette al testo un'introduzione di ben 47 pagine scritte in latino, ove si trova persino un paragrafo dedicato alle Leopardi notulae (p. xxxvi s.). Insomma, un lavoro davvero lodevole.
Qualche anno dopo, comparve la recensione di Aristide Colonna (in italiano!) in “Rivista di filologia e di istruzione classica” xcix (1971), pp. 201÷203, due pagine e mezzo.
Il Colonna comincia subito col dare una frecciata, non pertinente, alle edizioni demosteniche correnti; quindi passa ad un appunto-rampogna al Ballaira col notare che l'index locorum, «che s'incontra in qualche [= di scarso valore] collezione di testi critici, non giova alla speditezza della lettura» (p. 201). Si ha quasi l'impressione che il Nostro voglia trovare il pelo nell'uovo. Infatti, riconosce sì all'autore «una descrizione minuziosa» dei codici, ma, helas!, «troppo minuziosa»! Non solo, «alcuni elenchi accuratissimi di iotacismi vitia et menda» sono «di scarsa utilità per lo studioso». A questo punto, però, il Colonna commette un piccolo errore: «Chiudono il volume... otto tavole fototipiche...». No, sono dieci.
Al quarto capoverso della recensione, il Colonna vorrebbe entrare nel merito della recensio, ma, siccome non trova nulla di sostanziale, avverte il Lettore che è Scevola Mariotti colui «che ha guidato il Ballaira nel compito disagevole di sanare i luoghi più corrotti»; come dire che il Ballaira, da solo, non ce l'avrebbe fatta... Indi, a proposito di § 46,3-4 (p. 42), ove si cita Tucidide: «La citazione tucididea – scrive il Colonna – s'intravede con molta buona volontà»; si dà il caso, però, che, stante la citazione del nome di Tucidide (παρὰ τῷ Θουκιδίδῃ), con i due verbi coinvolti, non v'è altro luogo, e non solo tucidideo!
Ma non è finita. I «riferimenti nelle note» sono di una tale «scrupolosa esattezza» che «balza più facilmente all'occhio dell'esperto [s'intende!] qualche lieve menda; ad es., alla p. 30, nella nota 29,17, per la variante omerica κῆρ di Σ 535, l'Ed. avrebbe dovuto, con maggiore precisione, scrivere: vide Hom. ed. Allen 1931 (III, 101), in cambio di: Hom. editiones: Th. W. Allen et A. Ludwich.» Una lieve menda, però, è commessa anche dal recensore, perché la variante omerica non è κῆρ, bensì Κήρ, come scrive il Ballaira. E poi c'è ancora «una strana disuguaglianza nel metodo di abbreviare i nomi degli studiosi ed editori di Tiberio»...
Amabilmente (?) bacchettato, il Ballaira merita pure uno zuccherino: «Una lode infine sincera [prima non lo era stato?] va tributata all'entusiasmo, con cui l'Ed. ha voluto riprendere la tradizione di scrivere in latino i Prolegomeni... Ed è un latino agile e chiaro»...
No, no! Un momento: il Lettore non fraintenda. Appunto perché «si sente il paziente lavoro di lima» (“chissà quante camicie avrà sudato il Ballaira...”), il Colonna si permette «di rilevare qualche neo». E vediamoli, questi nei!
— Si rimprovera al Ballaira l'uso di in elencho invece di in indice; in uno scritto filologico, però, pare più un appunto quasi provocatorio.
— «Spesso nelle note si legge editores antecedentes per superiores editores».
Questa è la sola osservazione corretta, poiché antecedens si dice delle cose, non delle persone; tuttavia resta, nel contesto, una pignoleria che il Professore poteva risparmiarsi.
Ma il meglio viene ora.
— «A p. XXII, invece di lacunis vacuum, più appropriato lacunis destitutum».
Beh, quest'osservazione sotto l'aspetto logico fa acqua: lacunis destitutum vorrebbe dire 'privato delle lacune', cioè nel contesto verrebbe a significare proprio il contrario. Ora, siccome lacuna in senso filologico è un neologismo, lacunis vacuum va benissimo; poteva forse dire sine lacunis (Gellio usa sine mendis), ma di certo non lacunis destitutum!
Ma ecco la ciliegina sulla torta, davvero imbarazzante.
— «A p. XVI, in cambio di cautionis vero omne adhibens genus, meglio scrivere cautissime vero ipse agens».
Qui il Colonna squaderna l'attitudine tipica dei cattedratici. Si confronti, infatti, Cic. ep. Quint. 2,2: omne genus cautionis... adhibebitur; e ad Att. 1,19,8: adhibeam quandam cautionem et diligentiam. Dunque, l'espressione impiegata dal Ballaira è perfettamente ciceroniana e assolutamente inattaccabile! All'opposto, qui cautissime agunt è espressione pliniana (15,12).

Da quanto sopra derivano le nostre considerazioni.
Qual mai forza o autorità può indurre uno stimato studioso a cavillare su improprietà insignificanti e a suggerire soluzioni deteriori?
Una risposta argomentata richiederebbe troppo spazio. Quindi cerchiamo di sintetizzare. Rispondiamo: i titoli accademici, e il bigottismo accademico che essi titoli iniettano senza che la vittima ne sia consapevole; un bigottismo che costituisce il veicolo, attraverso il quale viene trasmesso il virus dell'αὐθάδεια, cui segue un'invasione di agenti ammorbanti.
Chi insegna all'università ritiene, al di là della reale competenza (v. il “principio di Peter”), d'aver raggiunto la cima, di sedere sul trono della cultura; non studia più; non sente il bisogno di passare allo staccio quello che ha appreso. Se i medici generici apprendono le novità dagli informatori medico-scientifici, cioè da venditori, agli umanisti le case editrici sollecitano l'adozione o la compilazione di testi, prospettando vantaggi intuibili. Se vi aggiungiamo l'ingombrante burocrazia, cui un cattedratico deve sobbarcarsi, il quadro si completa. L'intelligenza del singolo non riesce più ad agire, come un topo finito sulla colla.
Il valore legale dei titoli accademici e la copertura data dagli ordini professionali legalmente riconosciuti, a qualunque livello, sono ormai istituzioni miasmatiche tipiche della pseudo-cultura moderna e, in quanto tali, forniscono una impenetrabile corazza agli incompetenti e ai facinorosi.
La citata recensione, chissà quante perplessità avrà sollevato intorno alla competenza del Ballaira; quanti sguardi di tacita disapprovazione tra i colleghi; quante allusioni sottili: «Sì, è stato diligente, ma col latino... ha voluto sbraciare..., e poi ha fatto tutto il Mariotti..., comodo!...», ecc. ecc.
Non crediamo proprio che Aristide Colonna avesse una natura negativa, anzi, possiamo garantire ch'era una persona squisita nei modi e financo modesta e insolitamente disponibile (almeno da vecchio, vale a dire fuori dei giochi). Ma il punto è proprio qui: col cervello narcotizzato da diuturne dosi del tanto sottile quanto violento bigottismo di cui l'ambiente universitario è mézzo, non fu in grado di valutare gli effetti di una recensione solo apparentemente elogiativa né di verificare la correttezza delle sue osservazioni. Un emblema dei guasti che il sistema produce.
Per finire, ora che abbiamo citato il caso di una piccola recensione messa per iscritto, il Lettore provi a immaginare quel che succede quando ratio non est reddenda...





NOTE

[1] Un altro grande studioso, in controtendenza, s'augurava – e per un certo tempo si adoperò per – la diffusione dell'esperanto! Cf. Ugo Enrico Paoli, La questione della Lingua Universale, Vigevano (Tipografia Nazionale A. Borrani Ved. Morone) 1915. Chi l'avrebbe mai detto!?

[2] Non volendo considerare i dizionari stranieri, tra i quali il Nouveau Dictionnaire français-latin di Henri Goelzer (Paris, Garnier, 161935) resta il migliore, dai dizionari italiano-latino, così come sono stati concepiti, lo studente non può imparare nulla: quello più diffuso, il Dizionario italiano-latino compilato da Oreste Badellino (Torino, Rosenberg, 1962), definito da qualcuno «ottimo» e generosamente e ad un tempo dilogicamente qualificato «ipertrofico» dal Traina, è in realtà un disastro: non vi si distingue nulla; il solo lato positivo è dato dalla leggibilità (merito dello stampatore) e da una buona suddivisione dei lemmi italiani; quanto al latino, lasciamo perdere... A tacer della mostruosa edizione speciale (1961) di ben 4262 colonne! Eppure, se qualcuno vi cercasse – giusto per fare un esempio – 'ambulatorio medico', resterebbe deluso. “Ma è un vocabolo moderno!”, si dirà. Così pare, però nella nuova edizione del Vocabolario italiano-latino di Luigi Luciano, curata da Alfonso Traina (Bologna, Pàtron, 1962), il lemma c'è: «... per indicare un luogo dove convengono malati per una semplice visita medica, non per farvi degenza, lo tradurrei valetudinarium adven­ticium... Plauto in questo senso usa medicina (sc. taberna), Amph. 1013» (v'è, peraltro, chi, sottintendendo officina, intende 'clinica'). Il Perugini nel suo Dizionario italiano-latino (Roma, Editrice Vaticana, 1976), di gran lunga il più serio, ma, ahinoi!, di non facile utilizzo, ripropone il suggerimento del Bacci (Lexicon etc., Romae, Societas Libraria “Studium”, 41963, p. 49): ambulatorium medicabulum. Ma, sorpresa-sorpresa!, ci soccorre Cicerone: nella pro Cluentio 178 per 'attrezzare ed arredare un ambulatorio medico' dice instruere et ornare medicinae exercendae causa tabernam. Dunque in latino classico 'ambulatorio medico' si dice medicinae exer­cen­dae causa taberna, di cui nei dizionari non v'è traccia. La quale espressione costituisce, tra l'altro, un consiglio su come tradurre espressioni analoghe, per le quali manchi il supporto diretto di uno scrittore dell'età di Cesare.

[3] Cf. Latino vivente - Avviamento allo scrivere latino, Torino (S.E.I.) 1937, p. 3.

© Franco Luigi Viero