La recente edizione delle Polacche edita dalla Wiener Urtext Edition ha battuto sul tempo quella, annunciata da anni, della Peters.


[WIENER URTEXT EDITION: UT 50157
Frédéric Chopin | Polonaisen | Nach den Quellen herausgegeben und mit Fingersätzen und Hinweisen zur Interpretation versehen von Christian Ubber (pp. XXI + 192).
Wiener Urtext Edition, Schott/Universal Edition
Wien 2018 - ISMN 979-0-50057-411-8]

QUANDO si è costretti a ripetere le stesse cose, stendere una recensione può diventare un compito ingrato e davvero noioso. Oltretutto, una recensione dovrebbe essere utile ed, entro certi limiti, dovrebbe anche poter dare un contributo. Tutto ciò richiede tempo e fatica. Ebbene, recensiamo – solo parzialmente – la recente edizione delle Polacche chopiniane edita dalla Wiener Urtext solo per l'impegno preso con i nostri visitatori-lettori. Dopo alcune note generali prenderemo in esame – anche in questo caso parzialmente – due Polacche, quella in sol maggiore e la Polacca-Fantasia.
L'editore, Christian Ubber, non è un filologo, bensì un musicologo rappresentante della nuova moderna cultura che non richiede particolari conoscenze né specializzazioni, ma solo enfasi, vale a dire una parvenza di pseudo-cultura, quella – per intenderci – che i diplomi di laurea da qualche decennio garantiscono con stucchevole impudenza.
L'editore inizia la Prefazione[1] col citare un rettorico e fumoso giudizio di Liszt, ma si scorda quello molto negativo dato dallo stesso Liszt sulla Polacca-Fantasia. Segue poi un'altra citazione non meno fatua di Jim Samson, l'editore di una imbarazzante edizione delle Ballate. In tal modo Ubber sembra voler dichiarare quali siano i suoi numi tutelari per la costituzione del testo delle Polacche. Dopo la Prefazione seguono sommarie “Osservazioni sull'interpretazione (Hinweise zur Interpretation)”, donde si evince che l'editore non ha compreso pressoché nulla della nuova scuola pianistica preconizzata da Chopin, basata sulla qualità del tocco. Le banalità si sprecano.
Quanto alla costituzione del testo Ubber non cita alcun sussidio: sembra che tutto, o quasi, derivi da studi esclusivamente personali. Egli, infatti, ignora tutte le edizioni precedenti, anche se le ha consultate ed utilizzate. Ad esempio, nel capitoletto Lesartendivergenzen als Quellen für die Aufführungspraxis der Polonaise op. 53 (p. IX), a proposito delle miss. 28, 44, 76, 166 dice: «Gli autografi base per l'incisione della prima edizione tedesca e per la prima edizione inglese notano l'ottava in appoggiatura mi/mi senza la, invece la prima edizione francese nella mis. 28 ha il la, probabilmente una posteriore correzione di Chopin. [...] La notazione della prima edizione francese e l'appoggiatura nell'edizione di Mikuli, che lega il la dell'appoggiatura al la della nota principale con una legatura di valore, precisano l'esecuzione intesa da Chopin». Non si tratta di Lesartendivergenzen, bensì di scritture diverse della medesima lectio. In ogni caso, a parte l'ovvia considerazione che un esempio musicale avrebbe occupato meno spazio e sarebbe stato molto più chiaro, si confronti quel che dicevamo nella nostra edizione (p. 169): «La grafia adottata da Mikuli suggerisce l'esatta esecuzione dell'appoggiatura»! Qui possiamo aggiungere che, prima di Mikuli, già Klindworth, editore – secondo Liszt – della migliore edizione chopiniana (si veda a tal proposito la nostra introduzione all'edizione dei Preludi, p. XII ss.), nella sua edizione moscovita aveva suggerito la stessa esecuzione (v. l'immagine a destra).
Il testo musicale non presenta alcuna variante: per Ubber le variae lectiones non esistono. In alcuni casi si notano a piè di pagina alcune differenze, ma in modo del tutto acritico. Manca ogni traccia di recensio.
Da p. 146 a p. 192, si trovano le “Note critiche (Kritische Anmerkungen)”, seguite dalla loro traduzione inglese, che non sempre (!) traduce per intero e fedelmente il testo tedesco (ad es., il capitoletto di p. VIII "Eingang in der Polonaise KK IVa Nt. 8" – una delle più esilaranti digressioni – non viene tradotto!). Queste note critiche dovrebbero invero chiamarsi Beschreibung der Verschiedenheiten, cioè descrizione delle differenze, poiché di realmente kritisch non vi è nulla. Le note sono suddivise in “Fonti (Quellen)”, “Valutazione delle fonti ed edizione (Quellenbewertung und Edition)” e “Note dettagliate (Einzelanmerkungen)”; in qualche caso si dedica spazio alle “Ripetizioni (Wiederholungen)”, e ad altre osservazioni (ad es. Fremdkorrekturen, divertente neologismo). Insomma, un insieme piuttosto farraginoso che richiede al lettore molta buona volontà.
La principale novità di questa edizione sta nella moltiplicazione delle sigle delle fonti. L'autografo viene correttamente siglato A, che però si trasforma, ad es. per le Polacche op. 26, in fSt, il cui significato è “Autographe Stichvorlage zur französischen Erstausgabe (autografo base per l'incisione della prima edizione francese)”. Tale proliferazione di sigle – l'avevamo già osservato a proposito delle riedizioni Henle curate da Müllemann – occupa spazio senza giovare alla chiarezza.

E veniamo alla Polacca in sol maggiore, quella che i grandi Niecks e Huneker ritenevano essere falsa.

Ecco l'elenco delle fonti dato da Ubber (a sinistra): con [pE] è siglata la «Prima edizione polacca. Pubblicata (nel) 1868. Nessun esemplare noto». Basterebbe quest'ultima affermazione per giustificare l'invio al macero di questa edizione. Infatti la prima edizione polacca esiste ed è a disposizione di chiunque voglia consultarla. Qui a lato, ne riproduciamo il frontespizio. Ma procediamo.
(Non disponiamo della seconda edizione polacca edita da Kleczyński, pZA, ma solo l'edizione separata che la casa Gebethener & Wolff pubblicò successivamente [Édition de Jean Kleczyński | revue et corrigée d'après les premières autorités pédagogiques | et artistiques | par Rodolphe Strobl] con lo stesso numero di pubblicazione: G.952. W.)
Con dSt è siglata la copia manoscritta utilizzata da Schott per la sua edizione del 1870. Ubber a p. 58 riproduce la prima pagina di questa copia, che di per sé non avrebbe alcun valore, ma serve a stabilire una sconcertante filiazione (v. infra).
Dopo l'edizione Schott (dE) l'ultima fonte è dZA, uscita come inserto nel numero interamente dedicato a Chopin dalla rivista “Die Musik”. Secondo le Anmerkungen zu unseren Beilagen il testo riprodurrebbe la copia fatta da Oskar Kolberg, amico d'infanzia di Chopin.
Ed ecco la Quellenbewertung di Ubber. Cominciamo con la prima frase: «La Polonaise in sol bemolle maggiore è sopravvissuta in due filoni di fonti. Una è rappresentata da dSt e pZA, che a loro volta risalgono alla [pE] non conservata, l'altra da dZA, che si basa su una copia perduta di Oskar Kolberg, amico d'infanzia di Chopin, la cui base era ovviamente il manoscritto originale [A]». En passant, diremo che l'amico di Chopin non era Oskar, ma Wilhelm (Wiluś)! Quindi, secondo Ubber, dZA si baserebbe sulla copia perduta di Kolberg, il quale avrebbe avuto a sua disposizione il manoscritto di Chopin. Questa affermazione combina in modo ardito il musicologo qualunquista col filologo di cartapesta. Ebbene, prendiamo in mano la Corrispondenza di Oskar Kolberg.[2]
Non faremo la cronistoria del carteggio tra Kolberg e l'editore Breitkopf, ma ci limiteremo alle lettere più significative. Con lo scadere dei diritti a trent'anni dalla morte di Chopin, il 5 gennaio 1878 Kolberg suggerisce a Breitkopf una nuova edizione di tutte le opere del compositore.[3] Una proposta ovviamente interessata! Breitkopf, accogliendo il suggerimento, si mobilita ed organizza un comitato di redazione composto da Bargiel, Rudorff, Liszt, Brahms e Reinecke (ma non include Kolberg...; tuttavia, per le opere giovanili di Chopin – quelle non pubblicate – l'editore confida soprattutto in quest'ultimo).[4] Alcuni mesi dopo, il 27 giugno 1879 Breitkopf scrive a Kolberg: «Egregio Signore, per la nostra edizione di Chopin al momento ci mancano ancora due composizioni: 1. la Mazurca in la min., vol. XIII n. 13; 2. la Polacca in sol bemolle maggiore, vol. XIII n. 21. Le edizioni originali, stando a quanto già comunicato dall'editore, sono esaurite»;[5] e lo sprona a cercare presso amici e conoscenti tutto quel che può trovare.
Il 18 agosto 1879 Breitkopf, nell'inviare a Kolberg i voll. III e X della Gesamtausgabe, chiede: «Dalla nostra missiva del 27 giugno in merito alle due composizioni dubbie, la Mazurca in la min. e la Polacca in sol bem. maggiore, siete riuscito ad avere informazioni più precise?».[6] Kolberg, però, non ha nulla in mano e il 27 settembre scrive a Sikorski: «[...] La seconda richiesta è quella di trovare la Polacca di Chopin in sol bem. maggiore... pubblicata vent'anni fa da Kaufman (col titolo Polonez sławnego artysty, zmarłego niedawno w Paryżu [Polacca d'un artista famoso, morto tempo fa a Parigi])».[7] Il 9 ottobre 1879 Breitkopf insiste: «Ripetiamo la nostra precedente preghiera di farci avere molto benignamente, se Vi è possibile, gli originali dei due pezzi».[8] Il 15 dicembre 1879 Kolberg la chiede anche a Tytus Wojciechowski, che però, essendo malato, non risponderà.[9] Il 13 febbraio 1880 Kolberg interpella anche Michalina Wierzbowska[10] e il 2 giugno 1880 si rivolge infine a Jan Kleczyński.[11] Insomma, Kolberg non sa più a chi chiedere l'edizione Kaufman della Polacca, anche se assicura d'averla avuta (in effetti, ricorda che vi mancava il nome dell'autore, cioè di Chopin).[12] Il 13 agosto gli risponde Sikorski, il quale afferma di non aver trovato nessuna copia della Polacca, ma che Kleczyński si è impegnato a trascrivergliela. Finalmente il 20 settembre Kleczyński spedisce la copia trascritta dell'edizione Kaufman, ma Kolberg non è a casa (era a Kołomyja); una settimana dopo il suo rientro, il 25 novembre ringrazia Kleczyński![13] Sulla base della copia di Kleczyński, Kolberg prepara la sua propria copia per Breitkopf anche se i tempi sono da tempo scaduti: «Egregi signori – scrive Kolberg il 5 gennaio 1881 – ho il piacere di spedirVi in allegato la miglior versione della Polacca in sol bem. maggiore, che circola in copie».[14] Egli chiede un rimborso spese di 15 marchi ed aggiunge alcune notizie piuttosto fantasiose: «La Polacca era nota col nome di Polacca d'addio a Varsavia nel 1830 (Les adieux de Varsovie).[15] Fu scritta poco prima della sua partenza per l'estero solo per i suoi amici intimi e i suoi condiscepoli, e Chopin, mentre era in vita, non pensò proprio a farla pubblicare (anche se ciò avvenne più tardi e non senza errori)».[16] Breitkopf risponde il 21 aprile 1881: «Ci scusiamo molto per il ritardo della risposta e per i 15 marchi di cui abbiamo disposto il pagamento solo da poco»; ma aggiunge una frase un po' sibillina: «L'ultimo manoscritto inviato dovrebbe essere aggiunto all'edizione completa; forse si trova ancora qualche altro pezzo. Anche se tutte queste composizioni che giungono in ritardo, non hanno un valore eccezionale, non è legittima una scelta fra tutte le opere, ma quello che è sicuramente di Chopin va accolto tutto».[17] In altre parole, Breitkopf subodora che qualcosa non quadra. Fatto sta che, quando Kolberg il 10 aprile 1885 (richiesta che ribadisce il 9 maggio)[18] chiede in omaggio qualche copia stampata della Polacca in sol maggiore, Breitkopf il 15 dello stesso mese risponde: «Quanto alla citata Polacca in sol bem. maggiore, noi stessi avevamo pensato di inserirla nella Gesamtausgabe, ma di lasciare la decisione definitiva al comitato di redazione, il quale purtroppo l'ha ricusata».[19] Dunque, dalla corrispondenza Kolberg possiamo dedurre con certezza che la copia manoscritta mandata a Breitkopf altro non era che la copia della copia preparata da Kleczyński!
L'edizione Kaufman (che chiameremo PE), di cui più sopra riproduciamo il frontespizio, reca il seguente titolo: Polacca | composta per pianoforte | da un | eminente e noto artista | compatriotta. Titolo un po' diverso da quello ricordato da Kolberg. Quest'edizione – stando alle note riportate nel sito www.polona.pl – era stata erroneamente classificata, nel catalogo delle Polacche di Stefan Burhardt, come opera di Feliks Jaroński, ed è datata al 1865, cinque anni prima dell'edizione Schott. Il testo è comunque quello della nostra Polacca.
Abbiamo citato più sopra la riproduzione della prima pagina della copia manoscritta (siglata dSt) da cui è stata tratta l'edizione Schott. Ebbene la collazione consente di stabilire con relativa sicurezza – per avere la certezza assoluta sarebbe in effetti necessario collazionare l'intero manoscritto[20] – che dSt è l'apografo, cioè la copia, di PE (v. confronto qui a destra). Mis. 13: PE pone un inutile davanti a do, che dSt ricopia. — Mis. 18: PE chiude l'8va con loco (uso tipicamente chopiniano), che dSt ricopia. — Miss. 21 e 23: PE omette il avanti l'ultimo re della m.d., e dSt non corregge l'errore. Le piccole differenze tra PE e dSt sono dovute a distrazioni dell'incisore (come la mancanza di p nella mis. 1) o ad inutili interventi del correttore di Schott.
Da quanto sopra possiamo escludere dalla recensio l'edizione Schott insieme col suo antigrafo, essendo basata su PE. Ma è altresì da escludere l'edizione G&W curata da Kleczyński, poiché, com'è dimostrato dalla corrispondenza Kolberg sopra citata, anch'essa è basata su PE. Per la recensio, dunque, restano PE e l'edizione pubblicata da “Die Musik”, che sigleremo GE2. Nelle “Note ai nostri inserti” leggiamo: «[...] la seconda (Polacca), in sol bem. maggiore, anch'essa opera giovanile del maestro, presenta tutti i tratti del suo genio. Il Signor A. Polisńki, che ce l'ha messa amichevolmente a disposizione, ci comunica che l'originale non esiste, ma sussiste una copia dovuta alla mano dell'amico d'infanzia di Chopin, Oskar Kolberg, il noto etnografo ed editore di una poderosa raccolta in 37 volumi di canti popolari polacchi. Kolberg, quasi presentendo la successiva celebrità del suo amico, trascrisse molte delle sue prime composizioni, pezzi per pianoforte e canti, che sono state pubblicate dopo la morte del compositore». Ora sappiamo che questa è un'affermazione falsa, poiché Kolberg non vide mai l'autografo di questa Polacca. È probabile che A. Polisńki attribuisse la sua copia a Kolberg per valorizzarla. Egli era comunque male informato: infatti – lo ripetiamo – non era Oskar l'amico di Chopin, ma Wilhelm, e la copia di Kolberg era forse ancora presso Breitkopf. Sarebbe stato più utile sapere in che modo Polisńki avesse avuto quella copia.
La collazione di GE2 permette di stabilire con sicurezza che il suo antigrafo era diverso da quello usato per PE. Innanzitutto, riporta la mis. 32 che PE non ha; inoltre nel Trio il cambio dell'armatura parte dalla mis. 103, mentre in PE dalla mis. 104. Ubber non se n'è nemmeno accorto! Eppure un'importante concordanza c'è: nella mis. 35 PE legge fra i due righi “alter. node”, mentre GE2 ha “al ter.: moda”.[21] La diversa lettura fa capire che due incisori diversi hanno diversamente interpretato la medesima incomprensibile espressione. Dal che, insieme con altre considerazioni, possiamo dedurre che PE deriva da una copia il cui antigrafo era lo stesso da cui fu tratto l'antigrafo da cui deriva GE2. Sintetizzando, da un autografo ancora nella fase di schizzo, anche se completo, la Polacca fu assemblata da uno sconosciuto (*CX0), dalla quale furono tratte da copisti diversi due esemplari, *CX1 e *CX2, che vennero corretti indipendentemente l'uno dall'altro, e da essi furono tratte PE e GE2. Se quella bislacca espressione si trovava sull'autografo, è molto più probabile che Chopin avesse scritto “alternando (le mani)”, come suggerisce il “node” di PE, ossia la seconda quartina di 32esimi con la diade che segue, va eseguita dalla mano sinistra, mentre i due accordi corrispondenti nel rigo inferiore vanno eseguiti dalla mano destra, che in questo modo non si deve nemmeno muovere. Ciò ricorda l'arpeggio della prima Polacca in sol minore, miss. 5 e 9. Dunque, sulla base di PE e GE2 è possibile costituire un testo abbastanza vicino a *CX0.
Per concludere, ciò che lascia esterrefatti è che nell'edizione nazionale polacca (vol. 26 B II, Source Commentary, p. 16), pubblicata nel 2006, si ignori l'esistenza di PE: «Ad oggi, non è nota una sola copia»!!!
Siccome ci siamo troppo dilungati,...

...alla Polacca-Fantasia dedicheremo solo poche osservazioni.

Nella nota introduttiva alle “Einzelanmerkungen” (p. 168) Ubber ripete quello che aveva scritto poco prima a proposito dell'op. 44: «Chopin per lo più annota l'arpeggio con un arco verticale. La presente edizione utilizza il segno oggi in uso». Ovviamente si guarda bene dal dimostrare la sua apodittica ma errata affermazione (si veda la nostra recensione alla Barcarola).Mis. 20. L'ultimo si è diesis, che è la lectio autentica. Tuttavia nessun pianista suona quel si e nessuna edizione moderna accoglie il si . Eppure Ubber non commenta nulla, cosicché qualsiasi studente potrà pensare che si tratti di un refuso! — Mis. 174. Le prime edizioni tedesca e inglese riportano il testo dei due autografi, mentre la prima ed. francese contiene una correzione: l'incisore cancella il la e lo sistituisce con un fa, ma non cancella il , che ha davanti agli occhi. Perché? Una risposta plausibile la dà Tellefsen nella sua edizione: egli sposta il bequadro davanti al do. Data la rarità degli interventi correttivi di Tellefsen, la sua mis. 174 va considerata una varia lectio; dello stesso nostro parere era anche Klindworth: nell'edizione moscovita, infatti, egli la segnala in nota, mentre nell'edizione europea (Ed. Bote & G. Bock, v. immagine a destra), la pone a dirittura come variante.
Le diteggiature proposte da Ubber, quando non sono banali, sono tra le più antichopiniane che uno possa immaginare. La sua è un'edizione farraginosa e barbosa difficilmente consigliabile: sotto l'aspetto filologico è un pasticcio e sotto l'aspetto pianistico è preferibile osservare il silenzio. Ovviamente Christian Ubber fa quello che sa fare, quindi non ha alcuna responsabilità. In generale, i veri responsabili sono i direttori editoriali delle varie case editrici, i quali, essendo specialisti in incompetenza, affidano le loro edizioni chopiniane a degli sprovveduti.
Dei volumi dedicati a Chopin dalla Wiener Urtext (Ballate, Scherzi, Notturni e Improvvisi sono stati editi da Ekier, edizioni – si badi bene – che non sono il doppione di quelle dell'ed. nazionale polacca; i Preludi da Hansen) solo gli Studi editi da Badura-Skoda meritano d'essere preferiti dagli studenti, e queste Polonaisen non sono degne di stare a fianco di quegli Studi. Di qui, per il momento, la sola edizione delle Polacche utilizzabile, pur con tutti i suoi difetti, è quella nazionale polacca.

Da ultimo, siamo spiacenti di dover comunicare ai nostri lettori che questa è la nostra ultima recensione d'un'edizione chopiniana. Quando Badura-Skoda, molto indaffarato nel paradiso dei musicisti, riuscirà a terminare l'edizione della terza Sonata, da tempo annunciata da Bärenreiter, forse potremo fare un ultimo sforzo. Forse, però.



NOTE.

[1] La Prefazione è redatta in tedesco, cui segue la traduzione inglese; la versione in francese, però, è abrégée, abbreviata (!).

[2] Oskar Kolberg, Dzieła Wszystkie: Korespondencja, I÷III, Warszawa (Ludowa Spółdzielnia Wydawnicza) 1965÷1968.

[3] Cf. op. cit. II, p. 95.

[4] Lettera dell'8 gennaio 1878 (erroneamente datata 1880, cf. op. cit. II, p. 98 s.).

[5] Cf. op. cit. II, p. 241.

[6] Cf. op. cit. II, p. 249.

[7] Cf. op. cit. II, p. 257.

[8] Cf. op. cit. II, p. 260.

[9] Cf. op. cit. II, p. 286.

[10] Cf. op. cit. II, p. 323.

[11] Cf. op. cit. II, p. 369.

[12] Invero, nella lettera a Sikorski erroneamente datata 10 agosto 1880 (cf. op. cit. II, p. 398 ss.) Kolberg dice d'averne possedute tre copie, che, una volta date in prestito, non le ha più riviste.

[13] Cf. op. cit. II, p. 423.

[14] Cf. op. cit. II, p. 446.

[15] Il che ricorda l'annotazione iniziale sulla copia manoscritta della Polacca in si minore dedicata al fratello Wilhelm: Les Adieux, poi corretto in Adieu.

[16] A nostro parere lo stile e la fattura collocano la data di composizione molto prima del 1830: è l'opera di un adolescente che vuol mostrare i muscoli.

[17] Cf. op. cit. II, p. 476.

[18] Cf. op. cit. III, p. 238 e 252.

[19] Cf. op. cit. III, p. 254. Abbiamo scritto a Breitkopf per sapere che fine potrebbe aver fatto questo manoscritto. La cortese e sollecita risposta è stata che della documentazione relativa alla Gesamtausgabe non è rimasto più nulla.

[20] Quando iniziammo alla fine del secolo scorso a raccogliere il materiale per la nostra edizione delle Polacche, scrivemmo più volte anche a Schott, ma non ricevemmo alcuna risposta.

[21] Ubber scrive: «dSt, dZA: alter. moder. bzw. alter. moda, im Sinne von “die andere Spielweise”: nach una corda wieder tre corde». Vi è solo un piccolo problema: in italiano quell'espressione, oltre che essere errata in sé, non esiste.

[2022 © Franco Luigi Viero]