Friederike Müller

Frederick Nicks, Frederick Chopin as a Man and Musician, London (Novello and Co., Ltd.) 31902, 2 voll.


APPENDICE IX
(II, pp. 340÷343)

RICORDI DI CHOPIN ESTRATTI DAL DIARIO SCRUPOLOSAMENTE TENUTO DA Mme STREICHER (nata FRIEDERIKE MÜLLER) RELATIVO AGLI ANNI 1839, 1840 E 1841.[1] (VOL. II, p. 177)

Accompagnata da una cara zia, grandissima appassionata di musica, giunsi a Parigi nel marzo del 1839 spinta dal desiderio di prendere, se possibile, lezioni da Chopin, le cui composizioni m'infondevano un grande entusiasmo. Ma egli non era a casa ed era molto malato; temevo a dirittura che non sarebbe ritornato a Parigi nemmeno per l'inverno. Alla fine, però, in ottobre, arrivò. Durante la lunga attesa avevo cercato di conoscere il mondo musicale parigino, ma, quanto più ascoltavo, ammirata, tanto mi rinsaldavo nel proposito di attendere il ritorno di Chopin. Ed ho avuto proprio ragione.

Il 30 ottobre 1839 noi, la mia cara zia ed io, ci recammo da lui. A quel tempo egli viveva al n. 5 di rue Tronchet. Con una certa trepidazione gli porsi le mie lettere di presentazione da Vienna e lo pregai di prendermi come sua allieva. Con molto garbo, ma in modo molto compassato, mi disse: “Avete suonato con successo[2] alla matinée tenutasi nella casa della contessa Appony, moglie dell'ambasciatore d'Austria, e non avrete certo bisogno di mie lezioni”. Mi misi in apprensione, poiché ero abbastanza intelligente per capire che non aveva la minima intenzione di prendermi come allieva. Replicai prontamente che sapevo bene di avere davvero molto da imparare e che, aggiunsi timidamente, avrei desiderato essere in grado di suonare bene le sue meravigliose composizioni. “Oh,” esclamò, “sarebbe triste se la gente non fosse nella condizione di suonarle bene senza prendere lezioni da me!” “Io, almeno, non sono certo in grado di farlo,” ribattei timorosa. “Bene, suonatemi qualcosa,” disse. E in un attimo la sua ritrosia svanì. Con cortese indulgenza mi aiutò a superare la mia timidezza, si avvicinò al pianoforte, mi chiese se fossi comoda, mi lasciò suonare finché non mi calmai, quindi disapprovò garbatamente il mio polso rigido, apprezzò la mia giusta interpretazione e mi accettò come allieva. Fissò due lezioni alla settimana, poi si rivolse a mia zia con i modi più amabili, scusandosi preventivamente se spesso avrebbe dovuto cambiare il giorno e l'ora di lezione a causa della sua salute delicata: il suo domestico ce ne avrebbe sempre informato.

Ahimè, soffriva parecchio. Era debole, pallido, tossiva molto; spesso prendeva qualche goccia di oppio[3] con zucchero e acqua di gomma, poi si frizionava la fronte con acqua di Colonia; ciononostante, insegnava con pazienza, costanza e zelo ammirevoli. Le sue lezioni duravano sempre un'ora piena, ma di solito era così disponibile da farle durare più a lungo. Mikuli scrive: «Un sacro zelo artistico lo infervorava; ogni parola che gli usciva dalle labbra era stimolante ed entusiasmante. Spesso le singole lezioni duravano più ore, finché la spossatezza non sopraffaceva maestro e allievo». Anche a me capitavano quelle sante lezioni. Qualche domenica iniziavo a suonare da Chopin alle una e ci congedava solo alle 4.00 o alle 5.00 del pomeriggio. Suonava anch'egli, in modo superbo! Ma non soltanto le sue composizioni, bensì anche quelle di altri maestri, per mostrare all'allievo come dovessero essere eseguite. Una mattina suonò a memoria quattordici Preludi e fughe di Bach; e quando manifestai la mia gioiosa ammirazione per questa incomparabile esecuzione, replicò: “Queste cose non si dimenticano mai (cela ne s'oublie jamais).” E sorridento tristemente continuò: “È da un anno che non studio un quarto d'ora di seguito; non ho forza, non ho energia; aspetto sempre un po' di salute per riprendere tutto questo, ma… aspetto ancora (depuis un an je n'ai pas étudié un quart d'heure de suite, je n'ai pas de force, pas d'energie, j'attends toujours un peu de santé pour reprendre tout cela, mais... j'attends encore)”. Parlavamo sempre francese insieme, nonostante la sua grande predilezione per la lingua e la poesia tedesche; è per questo motivo che riferisco le sue parole in francese così come le ho sentite da lui. A Parigi mi avevano fatto preoccupare raccontandomi che Chopin faceva studiare Clementi, Hummel, Cramer, Moscheles, Beethoven e Bach, non già le sue composizioni. Ma non fu così. Certo, dovetti studiare con lui le opere dei maestri appena menzionati, ma egli mi chiese di suonargli anche le nuove e nuovissime composizioni di Hiller, Thalberg e Liszt ecc. Fin dalla prima lezione mi mise davanti i suoi Preludi e Studi, di mirabile bellezza. Anzi, mi fece conoscere molte composizioni prim'ancora che fossero pubblicate.

L'ho sentito spesso preludiare in modo meraviglioso. Una volta, mentre era completamente assorto nella sua musica, del tutto distaccato dal mondo, il domestico entrò in sordina e pose una lettera sul leggio. Con un grido smise di suonare, i capelli gli si rizzarono in testa; ciò che fino a quel momento avevo considerato impossibile, lo vidi con i miei occhi. Ma questo durò solo un attimo.

Il suo modo di suonare era sempre nobile e bello, le sue note cantavano comunque, sia nel forte sia nel piano. Si dava una pena infinita per insegnare all'allievo questo suonar legato, cantabile. “Non sa legare due note (il [ou elle] ne sait pas lier deux notes)” era il suo giudizio più severo. Voleva anche che ci si attenesse al ritmo più rigoroso: odiava ogni allargamento o strappo, un rubato mal applicato, come pure un esagerato ritardando. “Vi prego di sedervi (je vous prie de vous asseoir),” diceva in tal caso con sottile ironia. Ed è proprio qui che si commettono errori tremendi, quando si eseguono le sue opere. Anche nell'uso del pedale egli aveva raggiunto un'assoluta maestria ed era insolitamente severo riguardo all'abuso che se ne faceva; all'allievo diceva ripetutamente: “Il corretto uso del pedale è uno studio che dura tutta la vita”.

Quando preparai con lui lo studio in do maggiore, il primo di quelli dedicati a Liszt, m'impose di studiarlo la mattina molto lentamente. “Questo studio vi farà bene (cette étude vous fera du bien),” disse. “Se lo studiate come dico io, vi allarga la mano e vi consente di eseguire accordi in successione come colpi d'archetto. Spesso però, purtroppo, invece di far imparare tutto questo, lo fa disimparare (si vous l'étudiez comme je l'entends, cela élargit la main, et cela vous donne des gammes d'accords, comme les coups d'archet. Mais souvent malheureusement au lieu d'apprendre tout cela, elle fait désapprendre)”. So bene che è prevalente, ancor oggi, la falsa opinione, secondo cui questo studio può essere ben eseguito solo se si ha una mano grande. Ma non è così: occorre solo che la mano sia flessibile.

Chopin raccontava che nel maggio del 1834 si era recato in gita a Aix-la-Chapelle con Hiller e Mendelssohn. “Ricevuto molto amichevolmente, uno mi chiese quando fui presentato: 'Voi siete, suppongo, il fratello del pianista?' Risposi di sì, perché la cosa mi divertiva, e descrissi mio fratello, il pianista. Dissi che era alto e forte, aveva baffi[4] e capelli neri ed una mano molto grande”. Per chiunque avesse visto l'esile corporatura di Chopin e la sua mano delicata,[5] la burla dev'essere risultata oltremodo divertente.

Il 20 aprile 1840 Liszt, di ritorno a Parigi dopo un lungo giro di concerti, diede una matinée ad un pubblico di invitati presso la sala Erard. Egli suonò magnificamente, come sempre. La mattina successiva dovevo fare a Chopin un minuzioso resoconto di quello che Liszt aveva suonato e di come lo aveva suonato; infatti, egli era troppo indisposto per essere presente. Quando gli parlai dell'artistico autocontrollo di Liszt e della sua pacatezza nel superare le più grosse difficoltà tecniche, esclamò: “E, così, sembra che quel che penso sia giusto. L'ultima cosa è la semplicità. Dopo aver esaurito tutte le difficoltà, dopo aver suonato un'immensa quantità di note e note, è la semplicità che emerge con tutto il suo fascino, come l'ultimo sigillo dell'arte. Chiunque voglia arrivare subito a questo risultato, non vi perverrà mai: non si può cominciare dalla fine. Occorre aver studiato molto, persino immensamente per raggiungere questo obiettivo, e non è una cosa facile. Mi era impossibile,” continuò, “presenziare alla sua matinée. Con la mia salute non si può fare niente. Sono sempre ingarbugliato con le mie cose, cosicché non ho un momento libero. Come invidio le persone robuste che hanno una salute forte e che non hanno niente da fare! Sono molto contrariato: non ho il tempo d'essere malato (ainsi il parait que mon avis est juste. La dernière chose c'est la simplicité. Apres avoir épuisé toutes les difficultés, après avoir joué une immense quantité de notes, et de notes, c'est la simplicité qui sort avec tout son charme, comme le dernier sceau de l'art. Quiconque veut arriver de suite à cela n'y parviendra jamais, on ne peut commencer par la fin. Il faut avoir étudié beaucoup, même immensément pour atteindre ce but, ce n'est pas une chose facile. Il m'était impossible d'assister à sa matinée. Avec ma santé on ne peut rien faire. Je suis toujours embrouillé avec mes affaires, de manière que je n'ai pas un moment libre. Que j'envie les gens forts qui sont d'une santé robuste et qui n'ont rien à faire! Je suis bien fâché, je n'ai pas le temps d'être malade).”

Quando studiai il suo Trio, mi fece notare alcuni passaggi che non gli piacevano più: ora li avrebbe scritti in modo diverso. Alla fine del Trio disse: “Quanto vividi tornano alla memoria i giorni in cui lo composi! Era a Posen, nel castello circondato da vasti boschi del principe Radziwiłł. Un piccolo ma molto selezionato[6] gruppo di persone era lì riunito. La mattina s'andava a caccia, la sera si faceva musica. Ah! Ed ora,” aggiunse tristemente,[7] “ il principe, sua moglie, suo figlio, sono tutti morti, tutti.”

Ad una soirée (20 dicembre 1840) mi fece suonare la Sonata con la marcia funebre di fronte a un folto gruppo di persone. La mattina dello stesso giorno dovevo risuonargliela ancora una volta, ma ero molto tesa. “Perché oggi suonate meno bene?” mi chiese. Risposi che avevo paura. “Perché? Ritengo che voi la suoniate bene,” replicò molto seriamente, anzi severamente. “Ma se questa sera desiderate suonare come nessuno ha mai fatto prima di voi e nessuno farà dopo di voi, beh, allora!…”. Queste parole mi ridiedero tranquillità. Il pensiero ch'egli fosse sodisfatto di come suonavo, non mi abbandonò nemmeno quella sera: ero felice d'aver ottenuto l'approvazione di Chopin e il plauso del pubblico. Poi egli suonò con me l'Andante del Concerto in fa minore, che accompagnò magnificamente sul secondo pianoforte. I presenti lo tormentarono, pregandolo di suonare ancora qualcuna delle sue composizioni, il che poi fece con diletto di tutti.

Per diciotto mesi (non lasciò Parigi quell'estate) ebbi la possibilità di seguire le sue lezioni. Quanto volentieri avrei continuato i miei studi con lui! Ma egli stesso era dell'opinione che sarei dovuta tornare in patria, proseguire i miei studi senza aiuto e suonare molto in pubblico. Prima di partire mi fece omaggio di due manoscritti di due studi, quello in do diesis maggiore e in mi maggiore (dedicati a Liszt); mi promise anche di scrivere durante le vacanze un brano da concerto a me dedicato.

Verso la fine del 1844 tornai a Parigi e trovai Chopin un po' più rinvigorito.[8] In quel periodo i suoi amici speravano in un recupero o, almeno, in un deciso miglioramento delle sue condizioni di salute.

Il promesso brano da concerto, op. 46, era stato pubblicato con mia grandissima gioia. Glielo suonai e ne fu sodisfatto; si rallegrò del successo ottenuto a Vienna, di cui gli era pervenuta voce, e si adoperò con l'amabilità che gli è propria, per farmi conoscere ancor più al mondo musicale parigino. Così conobbi Auber, Halévy, Franchomme, Alkan, e altri. Ma nel febbraio 1845 fui obbligata a tornare a Vienna: là i miei allievi mi aspettavano. Prima di lasciarci, mi parlò della possibilità di venire a Vienna per breve tempo, ed io m'ero fermamente ripromessa di ritornare a Parigi dopo un anno e mezzo per godere ancora delle sue lezioni e dei suoi consigli. Questo, però, con mio profondissimo dispiacere, non avvenne.

Vidi Mme Sand nel 1841 e di nuovo nel 1845 in un palco di teatro, ed ebbi l'occasione di ammirare la sua bellezza. Non le parlai mai.[9]

NOTE

[1] L'originale tedesco di questi Ricordi è stato pubblicato più volte: ad es., in Chopin-Almanach zur hundertsten Wiederkehr des Todesjahres von Fryderyk Chopin, herausgegeben vom Chopin-Komitee in Deutschland, Potsdam (Akademische Verlagsgesellschaft Athenaion) 1949, pp. 134÷142. Le differenze sono minime e vengono, comunque, segnalate nelle note.
[2] Nel testo tedesco manca questo dettaglio; l'integrazione, però, di “with applause” rende logico il contesto.
[3] A questo proposito è necessaria una spiegazione. Tempo fa, conversando con un giovane pianista reduce da una master class tenuta da un noto concertista, Mr X, gli sentii affermare, tra l'altro, che Chopin era un drogato. Gli chiesi chi avesse detto una simile stronzata: “Lo ha detto Mr X nel corso della master class”. Probabilmente, Mr X, tanto noto quanto ignorante, doveva aver sentito parlare di quest'oppio assunto da Chopin, equivocando, forse perché “mal comune, mezzo gaudio”… In realtà, nel caso di Chopin, si trattava di una prescrizione medica. Infatti, gocce di tintura madre di opium su una zolletta di zucchero venivano irresponsabilmente prescritte per un gran numero di malattie. Nel rimarcare quanto poco note fossero le vere proprietà terapeutiche di opium, Alexis Espanet (1811-1886), uno dei maggiori omeopati dell'Ottocento, afferma: «L'opium a dosi elevate calma certi dolori, elimina la sensazione di altri, e qualche volta rimedia all'insonnia; la maggioranza dei medici s'è limitata a questo; ora, siccome il dolore e l'insonnia sono sintomi comuni al maggior numero di malattie, ne esistono poche contro cui non sia stato impiegato l'opium. Lo si dà persino nei casi di tisi per calmare la tosse» (cf. A. Espanet, Traité méthodique et pratique de matière médicale et de thérapeutique, Paris [J.-B. Baillière et Fils] 1861, p. 547). Ecco, dunque, perché Chopin prendeva alcune gocce di opium: per calmare la tosse, e non perché fosse un oppiomane! Quando, poi, presumibilmente nel 1843, Chopin passò sotto le cure del dottor Molin (o Mollin), un valente omeopata, smise di assumere opium e la sua salute, com'è confermato dalla stessa Friederike Müller (v. infra), migliorò visibilmente.
[4] Il particolare dei baffi manca nella redazione tedesca.
[5] Anche qui il tedesco è lievemente diverso: «Wer den zart gebauten Chopin und seine Hand gesehen (hatte), für den muß der Scherz höchst ergötzlich gewesen sein».
[6] Il tedesco non dice “molto selezionato”, bensì “musicale”.
[7] Anche questo “tristemente” non è nel testo tedesco pubblicato.
[8] V. n. 3.
[9] Quest'accenno conclusivo a George Sand manca nel testo tedesco pubblicato.

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