Fr. Chopin Pianoforte-Werke revidirt und mit Fingersatz versehen (zum grössten Theil nach des Autors Notirungen) von Carl Mikuli. | ||
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[NOTA DEL TRADUTTORE. — Karol Mikuli (1821-1897) fu allievo di Chopin tra il 1844 e il 1848. Oltre a quanto affermato da lui stesso nella Prefazione, prove esterne di un tale rapporto sembrano limitarsi al carteggio intercorso con alcuni personaggi da lui citati; parte di questo carteggio pare sia nelle mani del musicologo Hellmut Federhofer. La Prefazione, che qui presentiamo tradotta in italiano per la prima volta, offre più di ogni altra fonte informazioni preziose su Chopin pianista e insegnante. Le ragioni per le quali Chopin accettò di seguire Mikuli non sono certo nella romanzata esecuzione dello Scherzo op. 31, subito dopo la quale egli si sarebbe deciso ad accoglierlo fra i suoi allievi. Infatti, prima di potersi fare ascoltare, bisognava riuscire ad avvicinarlo! Tellefsen, condiscepolo di Mikuli, dovette attendere parecchio prima di poter incontrare Chopin, e, si badi bene, solo dopo una raccomandazione fattagli pervenire per il tramite di George Sand, a quel tempo la padrona della vita di Chopin. Dunque, con ogni probabilità, Mikuli fu ricevuto subito, semplicemente perché era polacco, ancorché di origine armena. Chopin intuì prontamente che il ventitreenne Karol non era affatto stupido (che avesse una mente acuta lo si rileva dalla Prefazione) e ciò, unitamente al fatto che con lui poteva parlare la sua amatissima lingua, lo indusse a rendersi disponibile, al di là delle prestazioni pianistiche del giovane. È comunque da escludere che, sotto l'aspetto pianistico, fosse l'allievo prediletto. (Per ulteriori ragguagli, cf. J.-J. Eigeldinger, Chopin vu par ses élèves, nouv. éd. mise à jour, Paris [Fayard] 2006, p. 222s.) L'edizione di Mikuli, pubblicata da Kistner a partire dal 1880, resta nel suo complesso la sola edizione di pregio che sia stata realizzata da uno solo. Purtroppo il criterio che lo guidò nella sua impresa non fu filologico; eppure nell'anno in cui scrisse la Prefazione, uscivano già i primi Revisionsberichte, a cura di E. Rudorff, quale commento critico alla prima edizione critica pubblicata da Breitkopf & Härtel. Ma torneremo a parlare di edizioni chopiniane in un altro articolo. Purtroppo quest'edizione non è più reperibile sul mercato, a parte il primo volume (Mazurkas), edito nel 1987 dalla Dover Publications, Inc., che comprende altresì la traduzione inglese dell'intera Prefazione. Speravamo, in principio, che quel primo volume annunciasse, iniziativa lodevolissima, la ristampa di tutti i 17 volumi, ma, dopo un secondo volume miscellaneo, la Dover preferì ristampare altre edizioni del tutto inutili. Invero, è ancora sul mercato l'edizione americana di Mikuli, con un commento storico ed analitico di James Huneker, stampata dalla G. Schirmer, Inc. (dal 1895), in 15 libri. Si tratta, però, di un'edizione ricomposta, contenente errori gravi, quindi da evitare: ad es., nel Prelude n. 8 (vol. IX), le miss. 6 e 20, mentre nell'edizione Kistner sono identiche ed il testo è corretto, nell'edizione Schirmer presentano due diverse deprecabili alterazioni del tutto insensate e non imputabili a Mikuli! Dopo una breve carriera concertistica (sarebbe interessante scovare qualche recensione dei suoi concerti), nel 1858 Mikuli si stabilì definitivamente a Leopoli (oggi Lviv), ove diresse il Conservatorio, dedicandosi anche alla composizione e all'attività didattica. Fra i suoi allievi appaiono nomi di pianisti famosi: Aleksander Michałowski, Maurycy Rosenthal e, da ultimo, Raoul Koczalski (1885-1948), il quale in virtù degli sforzi indefessi di J.-J Eigeldinger è tornato da qualche tempo alla ribalta come il solo ed unico depositario della tradizione pianistica chopiniana. Il guaio è che J.-J. Eigeldinger non è pianista (lo si capisce da come scrive) e con gli esempi fatti suonare da Pierre Goy nel cd allegato a Interpréter Chopin, actes du colloque des 25 et 26 mai 2005, Paris (Cité de la musique) 2006, dimostra di ignorare del tutto che cosa sia il tempo rubato e di non conoscere la differenza fra tempo, metro e ritmo; Eigeldinger non è certo un'eccezione, poiché la maggior parte dei pianisti si trova nelle medesime condizioni, ma nessuno di loro è il più riverito fra tutti gli chopinologi. Riservandoci di riprendere la questione altrove, il lettore può tenere per buono il giudizio che Arthur Rubinstein diede di Koczalski: «Un ex bambino prodigio che a sei anni era ricoperto di medaglie, alcune delle quali appuntate sul suo culetto (little bottom); viveva in Germania ed era diventato un pessimo pianista» (cf. A. Rubinstein, My many years, London [Johnathan Cape] 1980, p. 439). Forse ad accomunare Eigeldinger e Koczalski sono i molti riconoscimenti; per far posto, però, a tutte le onorificenze di Eigeldinger dovremmo sostituire “little” con “large”. Nondimeno, Chopin vu par ses élèves è un'opera importante, frutto di una ricerca paziente e d'una precisione quasi maniacale (ovviamente, non mancano le imperfezioni: ad es., come riferimento bibliografico viene citato “LACHMUND” che nella bibliografia non si trova; crediamo si riferisca al diario di Carl Lachmund pubblicato da Alan Walker, leggibile anche in rete). Come abbiamo già altrove osservato (J. Lhévinne, Principi di tecnica pianistica, ed. it. a cura di Fr. L. Viero, Corsico [Edizioni del Cygno] 1999, p. xi), gli allievi raramente sono attendibili testimoni dei loro insegnanti; tuttavia, quanto riferito da Mikuli, acuto osservatore, contribuisce ad abbozzare un quadro piuttosto preciso della nuova scuola pianistica di Chopin.] PREFAZIONE Invitato dalla casa editrice Fr. Kistner di Lipsia a preparare un'edizione completa delle opere del mio indimenticabile insegnante, Fryderyk Chopin, di fronte alle notevoli difficoltà e alla grande responsabilità di una tale impresa, non fu facile decidermi per una risposta condivisibile. Ma, quali che fossero gli ostacoli, nulla poteva aver ragione del sentimento di devozione verso l'immortale maestro, sentimento che da tempo chiedeva con insistenza che alle arbitrarie e irriguardose alterazioni del testo, insinuatesi dopo la sua morte, fosse opposto il veto della tradizione, e che quanto l'autore aveva concepito e voluto, riacquistasse la sua genuina purezza. Riguardo alle edizioni finora pubblicate delle opere di Chopin le cose stanno così: le vecchie edizioni originali - francese, tedesca e inglese (le successive ristampe, deturpate, non sono nemmeno da menzionare) - differiscono in più punti, talvolta a dirittura nel numero delle misure di alcune sezioni. Le edizioni originali parigine ancora disponibili hanno il pregio che durante la fase d'incisione potevano più spesso di quelle straniere, tedesche e inglesi, essere mostrate - ed in effetti lo furono - all'autore, residente a Parigi, per le correzioni; d'altro canto, le edizioni straniere, che di solito venivano incise più tardi di quelle francesi, contengono di quando in quando modifiche posteriori e migliorative apportate dallo stesso Chopin. Thomas Tellefsen, mio amico e condiscepolo, il quale ebbe la fortuna di stare accanto al maestro ininterrottamente fino al suo ultimo respiro, si trovava nella condizione migliore per offrire un'edizione assolutamente fedele, iniziata in collaborazione con l'editore Richault. Purtroppo un'ostinata malattia e la susseguente morte ne interruppero il lavoro, cosicché innumerevoli errori d'incisione passarono alla stampa senza poter essere corretti.[1] Di fronte ad una tale situazione si dovrebbe dubitare della possibilità di una corretta edizione di Chopin, se non fosse possibile fare ricorso ad altri documenti. Fortunatamente, però, questi documenti sussistono, e siccome ero nella condizione di poter disporre di tali fonti fino ad ora non considerate e peraltro irrinunciabili, ho dovuto ritenere mio sacrosanto dovere di sobbarcarmi alla fatica di una edizione purgata delle opere di Chopin. Innanzitutto nomino qui con profonda riconoscenza la principessa Marcelina Czartoryska di Cracovia e Friederike Streicher Müller di Vienna (dedicataria dell'op. 46), le quali durante le loro pluriennali lezioni, e non solo, ebbero spesso l'occasione di sentire il loro insegnante eseguire le sue opere, cosicché i loro ricordi non potevano che risultare per il revisore di grandissima importanza. Non solo attraverso la corrispondenza, ma anche nel corso di incontri durati per più settimane passavamo in rassegna tutto, nota per nota, col massimo rigore, collazionando le numerose correzioni e annotazioni di sua mano, che esse conservavano nei loro quaderni come una reliquia. Mi resta solo da osservare che la diteggiatura di questa edizione proviene in gran parte dallo stesso Chopin; laddove, però, non è così, essa è comunque informata ai suoi principi, il che nelle intenzioni del revisore dovrebbe facilitare l'esecuzione.[6] Sull'enorme importanza di Chopin come compositore il giudizio è da molto tempo affatto unanime. L'entusiastica esclamazione di Schumann (cf. la recensione all'op. 2 Là ci darem la mano nella sua “Allgemeine Musikzeitung” del 1831) - «Hut ab, ihr Herrn! Ein Genie! (Giù il cappello, signori, un genio!)» - si rivelò davvero profetica a fronte di una ininterrotta serie di capolavori che la novità dell'invenzione melodica, la nobiltà dell'espressione, una raffinata, sempre accattivante armonia, nonostante la sua audacia mai pretenziosa o affettata, nonché l'iniziazione ad un nuovo utilizzo dello strumento, ma soprattutto l'incanto della loro bellezza ideale pongono a fianco delle più alte manifestazioni dell'arte musicale. I due Concerti (il primo in fa min., dedicato alla contessa Delfina Potocka, gli era molto caro), gli Studi, pietre angolari di una nuova scuola pianistica, le due imponenti Sonate, i Preludi e i Notturni, così altamente poetici e pieni di sentimento, gli Scherzi, le Ballate, gli Improvvisi, portano tutti l'impronta del genio. Se pure le Mazurche e le Polacche ispirate dal profondo ricordo dell'amata patria e dalla struggente nostalgia per essa, mai sopita fino alla morte, esercitano con il loro colore nazionale un forte ed irresistibile fascino sul cuore del popolo polacco, esse hanno tuttavia ottenuto in tutto il mondo musicale il più caloroso apprezzamento. — Il loro valore non è affatto in rapporto con la piccola cornice in cui sono racchiuse: sono in effetti quadri di genere, pennellati in modo geniale, in ogni battuta dei quali pulsa la vita polacca nella sua interezza, con accenti ora cavallereschi, ora fantastici o spensieratamente allegri. La sua patria, orgogliosa di lui, lo celebra, lo ama e lo ricorderà sempre tra i suoi figli più grandi. Ora, se Chopin come compositore è apprezzato e venerato da tutti i veri amici dell'arte e dalle persone competenti, il pianista Chopin è rimasto quasi sconosciuto; a tal proposito si è andata diffondendo — il che è ancora peggio — un'opinione del tutto falsa, secondo cui il suo modo di suonare sarebbe stato quello di un trasognato più che di uno presente a sé stesso, fatto di pianissimi ed una-corda appena udibili, quanto mai incerto a causa di una tecnica poco sviluppata o, quanto meno, imprecisa, viziato da un continuo rubato fino alla totale mancanza di ritmo. Un tale pregiudizio, che ha potuto solo nuocere all'interpretazione delle sue opere, condizionando persino interpreti molto valenti, i quali desideravano apparire assolutamente fedeli, è peraltro facile da spiegare. Per alcuni lettori potrebbe essere interessante apprendere qualcosa di Chopin insegnante, anche se solo a grandi linee. Ben lontano dal reputare l'attività didattica, cui egli nella sua posizione artistica e con i suoi rapporti sociali non poteva facilmente sottrarsi, una greve incombenza, Chopin vi dedicava tutte le sue energie quotidianamente e per più ore con vero piacere. In verità, pretendeva molto dal talento e dall'impegno dell'allievo. Capitavano spesso des leçons orageuses come si chiamavano in gergo, e qualcuno lasciava il sacro altare della Cité d'Orléans, rue St. Lazare, con i begli occhi inumiditi dalle lacrime, senza per questo portare il ben che minimo rancore verso l'amatissimo maestro. Ma la severità che lo faceva difficilmente contentabile, la febbrile veemenza, con cui mirava ad elevare i suoi giovani al suo livello, il non desistere dalla ripetizione di un passo finché non fosse capito, erano la garanzia che soprattutto gli stava a cuore il progresso degli allievi. Un sacro zelo artistico lo infervorava; ogni parola che gli usciva dalle labbra era stimolante ed entusiasmante. Spesso le singole lezioni duravano più ore, finché la spossatezza non sopraffaceva maestro e allievo. Chopin raccomandava calorosamente di suonare con altri e di coltivare la miglior musica da camera, ma solo insieme con i musicisti più preparati. E chi non aveva quest'opportunità, era spronato a trovare una forma sostitutiva col suonare a quattro mani. Leopoli, settembre 1879. Carl Mikuli
NOTE
[1]Cf. Krz. Grabowski, L'oeuvre de Frédéric Chopin dans l'édition française, Thèse de doctorat en musicologie, Università de Paris IV - Sorbonne 1992, I p. 135s.: «Mikuli… scrive che la malattia e la morte hanno interrotto il lavoro di Tellefsen… Siccome questi esemplari sono stati pubblicati nel 1860, ossia quattordici anni prima della dipartita di Tellefsen, la considerazione di Mikuli è senza alcun fondamento. Probabilmente l'ha utilizzata per valorizzare maggiormente la sua propria edizione (Mikuli… écrit que la maladie et la mort ont interrompu le travail de Tellefsen… Comme ces exemplaires ont bien été publiés en 1860, soit quatorze ans avant la disparition de Tellefsen, la considération de Mikuli est donc sans aucun fondement. Il l'a probablement utilisé pour mettre davantage en valeur sa propre édition)». In realtà, non è inverosimile che Mikuli per riserbo preferisse parlare genericamente di malattia: in effetti Tellefsen ebbe un matrimonio infelice che lo logorò fino alla morte (cf. Natalia Strelchenko, Thomas Dyke Acland Tellefsen, 2009, p. 7, su http://www.scribd.com). D'altro canto, non si muore a 51 anni di morte naturale. | ||
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